?Ah, cara la mia bambina, più ne pulisci stasera? e più ne mangerai domattina! Era la frase tipica di mia mamma, quando alla sera noi fratelli ci lamentavamo di quanto fosse faticoso togliere tutta, ma proprio tutta, la pellicina che ricopriva le castagne appena raccolte. Ci provavamo in tutti i modi a rendere quell?operazione più facile e veloce, ma alla fine il risultato era lo stesso una gran fatica? Certo, se non ti perdevi d?animo tanto presto e pulivi tante castagne, al mattino ti ritrovavi nella scodella tanti ?borghi?: così si chiamano le castagne fresche cotte nell?acqua fin quando diventano morbide e poi tuffate nel latte. Una vera delizia! Se penso a un sapore della mia infanzia, mi vengono subito in mente i ?borghi?, con la loro consistenza e il loro sapore unici? Ma di ricordi legati alle castagne, da dove vengo io, Vaglie, nell?Appennino reggiano, ce ne sono tanti: per esempio quelli di un mio zio, che io chiamavo l?orco, che aveva il prato confinante con il nostro e che, per paura che raccogliessimo le sue castagne, si alzava di notte e con il lume andava a ripulire perfettamente tutta la linea di confine dalle castagne ?in comune? buttandole dalla sua parte! Che scenata ha fatto a mio padre quando si è accorto che ?quella ladra lì (io!), che promette proprio male? (avevo solo sette anni!) si svegliava prima di lui e gli ricambiava il favore, anche sconfinando? Del resto il bosco di castagni doveva sempre essere perfettamente pulito, più della casa stessa: mi ricordo di quanto amore, cura e passione ci mettesse ognuno nel tenere rastrellata e in ordine la propria parte? In effetti, quella parte di bosco era più di una casa: era una ?dispensa? da proteggere affinché fosse sempre generosa di foglie e rami da bruciare nella stufa o nel camino, e di frutti che riempivano la pancia di tutta la famiglia. Per tutto l?anno!
Se penso alla polenta di castagne, che arrivava in tavola quasi tutti i giorni, mi viene ancora l?acquolina in bocca (forse perché noi la condivamo con maiale e pancetta fritta! Un lusso...); ma per i miei nonni e i loro genitori, quella pietanza povera e sempre uguale, che ritornava in tavola a ogni ora, doveva essere una specie di incubo? Certo è che le castagne, piacessero o meno, facevano un gran bene a tutti.
Noi bambini le aspettavamo col naso all?insù ancora prima che cadessero: mi ricordo la ?musica? che fa il cardo quando si schiude per lasciar cadere la castagna, e lei che tintinna fra le foglie ormai secche prima di cadere a terra? Poi era una corsa a chi arrivava per primo a raccoglierla, perché quelle che cadevano senza il cardo erano una pacchia, ma per quelle che vi rimanevano incastrate bisognava calzare gli scarponi chiodati e pestarli, scardarli in dialetto, finché uscivano tutte, ma proprio tutte le castagne, che poi andavano raccolte a mano. E lì, il cardo, un po? si vendicava! Dopo la raccolta, a noi bambini toccava anche portare le castagne all?emtate: così si chiamava in dialetto la stanza fumosa dove venivano raggruppate le castagne di tutti i paesani, da far seccare poi grazie a un fuoco sempre acceso nel locale sottostante.
A ?pungere?, stavolta, ci pensava il signore addetto alla pesa, che non avendo una bilancia normale, ma un grosso secchio con un ferro per la misurazione (che capiva solo lui!), cercava sempre di dare qualche colpetto al contenitore per fare in modo che le castagne fossero più leggere! Insomma, il rischio era sempre quello di ritrovarsi, dopo venti giorni, con la metà delle castagne secche! Inutile dire che, almeno di castagne, ce n?era davvero per tutti; e nonostante questo, i vecchi riuscivano sempre a litigare davanti al mulino di Ligonchio, il comune vicino a Vaglie, quando si trattava di mettere le proprie castagne secche insieme a quelle degli altri per fare la farina da dividersi poi: ?le mie sono migliori, perché nel mio prato c?è più acqua e più sole; non capisco perché devo mischiarle con le vostre che non sanno di nulla!? Ed erano dispute che duravano ore. Per cosa poi non l?ho mai capito, perché alla fine la farina si faceva sempre e comunque allo stesso modo: pesando le singole raccolte; mettendole sempre insieme a macinare; e poi ridividendo il tutto a seconda del peso iniziale di ciascuno e riempiendo i sacchi di farina da portarsi a casa!
Un fondo di verità, però, c?era nelle loro discussioni: non tutte le castagne sono uguali! Per esempio, la ?rossola?, che era l?albero di castagne più bello del nostro prato, in autunno ci regalava delle castagne allungate e rossicce, che andavano arrostite (e diventavano le ?mondine?); mentre un altro albero, che chiamavamo ?balusc?, faceva castagne buone solo da lessare. E con questo mi ritornano in mente ancora i ?borghi?? Ma era con la farina di castagne che si cucinavano i piatti poveri di tutti i giorni come la polenta, il castagnaccio o il ?manfeche?, una polentina liquida da mangiare a colazione con la ricottina fresca. Ci si faceva persino il pane, quando il grano costava troppo. Ed era solo in mezzo alla farina di castagne che noi bambini trovavamo i balocc: delle palline che per noi erano caramelle e che invece erano soltanto farina raggrumata? Quando i balocc finivano, allora pressavamo la farina sulla stufa ad anelli, che diventava una specie di biscottone? E quando anche i biscotti ci avevano saziato, correvamo tutti sotto il ?castagnolone?, che era quell?enorme albero di castagne che aveva scelto di crescere lontano dal bosco e diventare il simbolo del paese, che conosceva per filo e per segno le storie, indimenticabili, di tutti noi.?
PROFUMO DI CALDARROSTE
Bastano tante castagne e una padella
Non tutte le castagne possono diventare caldarroste, o ?mondine? come le chiamavano sull?Appennino reggiano quando Iva era piccola? Si ricorda che in famiglia arrostivano solo le castagne della ?rossola?, un albero che produceva frutti allungati e rossicci, adatti a finire nella mitica padella bucata direttamente sul fuoco o sui cerchi roventi della stufa. Prima però le castagne andavano ?castrate?, ossia incise con la punta di un coltello nel mezzo della pancia, perché non scoppiassero durante la cottura. La padella deve essere bucata in più punti e deve avere un manico lungo di modo da poterla muovere spesso per far ?saltare? le castagne senza bruciarsi. Dopo circa venti minuti le castagne son diventate caldarroste, ma siccome sono davvero ustionanti, devono riposare avvolte in un panno umido per qualche minuto o dentro un sacchetto di carta da pane. Un trucchetto per farle asciugare per bene? Buttate nel sacchetto un pizzico di sale e sentirete che bontà!